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La filosofia entra in carcere PDF Print E-mail

Ecco la nostra intevista apparsa du Gente Venenta del 9 giugno 2007 

SANTA MARIA MAGGIORE

Con tre giovani la filosofia entra in carcere
"Libero Ovunque tu sia ". E' questo il nome del progetto attraverso il quale quattro ragazzi portano yoga e filosofia in carcere. Il progetto nasce all'interno di Libera Associazione di Idee, il cui fine è riportare la filosofia alla prassi e all'esperienza quotidiana.

«La nostra associazione comprende docenti, laureati e laureandi che si occupano di organizzare eventi culturali filosofici», spiega Elisabetta Favaretto, 27 anni, presidentessa: «Un gruppo dell’associazione si è occupato di portare la filosofia nel sociale. Da qui è partita l’idea di leggere Aristotele e Platone ai detenuti del carcere di Santa Maria Maggiore. Abbiamo aderito a un bando regionale ispirandoci anche alle esperienze analoghe nelle carceri di Bologna e di Napoli, con cui si è avuto un confronto continuo». L’attività consiste in una lezione settimanale della durata di due ore. La prima ora del corso è destinata allo yoga e la seconda alla filosofia. «Il nostro è un corso davvero innovativo in tale ambiente, ma il buon esito di questa esperienza, che prosegue da ottobre 2006, ci spinge ore ora a cercare di portare il progetto in altre carceri. Durante le ore di filosofia si affrontano diverse letture, dalla filosofia occidentale a quella orientale, dagli autori antichi a quelli più moderni. Molti sono i temi che affrontiamo: la rabbia, la libertà...: dopo la lettura è il momento della condivisione e del dibattito». «All’inizio non è stato semplice coinvolgere tutti, ma col tempo è emersa l’esigenza da parte di tutti di condividere le proprie idee e la propria esperienza», afferma Arianna Sperandio, 25 anni, vice presidente dell’associazione. «E’ certo che il nostro lavoro all’interno del carcere ci ha portato a sfatare tanti pregiudizi molto diffusi. La violenza e la brutalità sono spesso infondati stereotipi. Affiorano invece esperienze di vita molto forti, accompagnate da una grande sensibilità. Cerchiamo sempre di valorizzare il trascorso e la storia di ogni detenuto. Spesso, a sostenere da un punto di vista psicologico i detenuti, vi sono figure di peso istituzionale, come preti o psicologi, che si pongono su un piano più autorevole. Noi invece portiamo la comunicazione a piani non gerarchici, sforzandoci di essere semplici interlocutori, senza avere la pretesa di risolvere i loro problemi. I partecipanti al corso sono di diverse provenienze e nazionalità, per questo spesso scegliamo canali di comunicazione non verbale». «Un altro dei pregiudizi che abbiamo dovuto affrontare entrando in carcere è stato la paura del contatto tra di noi, tre ragazze, e l’utenza esclusivamente maschile. Ma presto abbiamo lasciato da parte i nostri timori, abbiamo capito che la violenza di genere è alimentata dalla diffidenza e dal senso di inadeguatezza. Nei nostri confronti si è sempre manifestato il massimo rispetto» racconta Grace Spinazzi, 29 anni, come le sue amiche laureata in filosofia a Cà Foscari: « Durante le sedute emerge un forte senso di ingiustizia verso la realtà del carcere. Spesso si tratta di persone che vivono nella povertà e nell’emarginazione, e che non trovano soluzione all’esperienza della detenzione. Anzi, il più delle volte il carcere è una “scuola di crimine”: una volta usciti i detenuti si ritrovano nella strada, sempre più a contatto con il mondo della droga, e senza più nulla da perdere». Anche il lavoro di yoga ha successo. I detenuti vivono infatti in ambienti molto stretti, e i dolci movimenti dello yoga portano grande beneficio al corpo. «Attraverso il corpo, inoltre, si può sviluppare una maggiore consapevolezza di sè e della propria emotività», spiega Andrea Serena, 35 anni, che collabora al progetto come insegnate di yoga: «Inoltre, attraverso il controllo del respiro, si apre e si rilassa la mente».

Silvia Tessari

Gente Veneta n.23, 9 giugno 2007

 

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Ultimo aggiornamento ( giovedì 13 dicembre 2007 )
 
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