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DEPORTAZIONE E MEMORIE FEMMINILI di Bruna Bianchi (Edizioni Unicopli) Questo saggio curato da Bruna Bianchi (docente di Storia delle dottrine politiche all'Università di Venezia) ha il merito di fare luce su una pagina poco nota della Storia del Novecento, quella relativa ai campi di concentramento allestiti in Sudafrica dagli inglesi, durante la guerra anglo-boera (1899-1902), per eliminare e sconfiggere la resistenza dei Boeri. "La popolazione boera - scrive Bruna Bianchi - fu vittima di una conduzione della guerra che implicò lo sterminio e non mancò da parte delle autorità politiche e militari britanniche una precisa volontà di infliggere morte, sofferenze e umiliazioni alla parte più debole della popolazione civile. Con la distruzione di raccolti, bestiame e fattorie, decine di migliaia di persone furono messe in condizioni di estrema precarietà, si considerò la deportazione una misura di guerra lecita, furono frapposti infiniti ostacoli all'azione delle numerose società, sorte nella Colonia del Capo e in Europa con lo scopo di portare aiuti alle donne e ai bambini deportati, e si cercò di trasferire la colpa della mortalità infantile sulle donne stesse". Al termine del conflitto, il bilancio dei crimini inglesi commessi contro il Popolo boero assunse dimensioni raccapriccianti. "Circa 30.000 fattorie furono distrutte, almeno 120.000 persone, in grandissima maggioranza donne e bambini, quasi il 50% della popolazione boera, vennero internate nei campi di concentramento dove oltre 22.000 bambini, 4.000 donne adulte e 1.676 uomini persero la vita. Si trattava di oltre il 10% della popolazione. E questi dati devono essere considerati sottostimati poiché la registrazione dei decessi iniziò solo qualche tempo dopo l'internamento. Le morti infantili, che spazzarono via almeno una intera generazione, furono ben superiori a quelle dei combattenti di entrambe le parti. La guerra si concluse il 31 maggio 1902: i boeri divennero sudditi di Sua Maestà Britannica, ma passò un altro anno prima che i campi (nel complesso 58 campi per i bianchi e 66 per i nativi) fossero definitivamente chiusi". La stampa britannica, negli anni della guerra anglo-boera, adottò una posizione apertamente razzista e approvò a più riprese le efferate misure assunte dalle autorità militari. Sui giornali inglesi, "I Boeri - scrive l'Autrice - erano descritti come sleali, pigri, sporchi, ignoranti, bigotti e schiavisti". Sull'"Indian Planters' Gazette", per esempio, si poteva leggere: "I Boeri non soltanto andrebbero uccisi, ma bisognerebbe ucciderli con la stessa spietatezza con cui essi ammazzano un topo infetto. […] Qui dovrà scorrere del sangue, e in abbondanza, e quanto più, tanto meglio. La resistenza boera favorirà questo piano e noi potremo trovare la scusa che l'Inghilterra imperiale ne è terribilmente minacciata: la scusa, cioè, per eliminare i boeri come popolo, trasformare la loro terra in un enorme macello e cancellare il loro nome dal novero dei paesi sudafricani". Altri quotidiani, come il "Daily Mail", "sostenevano che nei campi, qualunque fosse il trattamento riservato ai boeri e alle loro famiglie era sempre più di quanto meritassero".
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