CALENDARIO

Secondo incontro del Semiario Aperto di Pratiche filosofiche di Venezia: Lunedì 24 novembre ore 16.00, auletta seminari di Palazzo Malcanton Marcorà - Dorsoduro 3484/D ERESIE dialoghi con Romolo Perrotta
 
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FILOSOFIA: 
TEMI - VARIAZIONI - IMPROVVISAZIONI  

ImageSabato 21 gennaio ore 16:30 presso il Teatro dei Frari  Venezia

Anche il filosofare può, e forse deve, essere visto come una forma di arte; per esempio qualcosa di simile alla musica.
E come la musica ha i suoi brani classici, così anche la filosofia ha i suoi classici, e i relativi brani. La prima parte dell’incontro prevede dunque la “esecuzione” di alcuni brandi di autori classici, che verranno semplicemente letti (previa, eventualmente, Image una breve presentazione atta a facilitare la comprensione del testo), in maniera che si presentino alcuni grandi temi del pensiero filosofico.

 (Detto di passaggio: leggere davvero un brano, e cioè leggerlo bene, è una cosa che richiede particolare attenzione e cura).

Ma i grandi temi sono passibili di infinite variazioni. Il secondo momento dell’incontro consisterà dunque nella presentazione di altri momenti, anche diversi da quelli filosofici in senso stretto (letture di brani non solo filosofici, poesie, musica ecc.), che abbiano un aggancio da un lato con i temi della filosofia e dall’altro lato però anche con le questioni attuali e l’esistenza concreta dei viventi nell’epoca presente.

Se poi c’è qualcosa di tipico dell’arte filosofica, questo è il fatto che la sua verità si manifesta davvero solo quando si incarna nella vita di chi la fa propria. Così, il terzo momento dell’incontro consiste nella promozione di una situazione nella quale tutti i presenti sono invitati, sulla base dei temi e delle suggestioni proposte, a improvvisare, elaborando al momento una loro risposta a quella che è la conversazione e la situazione che si andrà sviluppando.

L'evento è incluso nel cartellone di eventi Frari Fuori 2006 

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Platone, Repubblica, Libro I, 331 e 1 – 335 e 10

SOCRATE

POLEMARCO

****

«Che cosa, secondo te, Simonide ha detto di corretto intorno alla giustizia?»

«Che» rispose «la giustizia consiste nel rendere a ciascuno ciò che gli si deve: questa definizione a me sembra buona».

«Certo» dissi io «non è facile negare fede a Simonide, uomo sapiente e divino; che cosa poi voglia dire, tu, Polemarco, forse lo capisci, ma io no. Perché è chiaro che non vuol parlare di ciò di cui si diceva prima, cioè del restituire ciò che è stato depositato a chi lo richiede qualora costui non sia più sano di mente: sebbene ciò che quegli ha depositato sia certo dovuto; o no?»

«Sì »

«E allora il deposito non è da restituire in nessun modo quando uno lo richieda non essendo più sano di mente?»

«È così» fece quello.

«Dunque Simonide, come pare, dice tutt’altra cosa quando afferma che è giusto restituire ciò che è dovuto»

«Altra cosa certamente, per Zeus:» disse «perché ritiene che gli amici debbano agli amici il bene, non mai il male».

«Capisco:» dissi io «perché non rende il dovuto chi rende denaro a un depositante quando il dare e il ricevere risultino dannosi, e siano amici chi riscuote e chi consegna. Non è così che intendi Simonide? »

«Precisamente»

«E allora? Ai nemici bisogna restituire ciò che è loro dovuto?»

«Senz'altro», rispose, «ciò che è loro dovuto: il nemico, credo, deve al nemico ciò che appunto gli spetta, cioè del male».

«Quindi Simonide», feci io, «ha usato, a quanto pare, enigmi in forma poetica per definire il giusto. Sembra infatti che abbia inteso il giusto come il restituire a ciascuno ciò che gli spetta, e a questo abbia dato il nome di dovuto».


«Ma tu che cosa pensi?», domandò.


«Per Zeus!», dissi. «Se uno gli avesse chiesto: "Simonide, l'arte chiamata medicina che cosa dà di dovuto e conveniente, e a chi lo dà?", che cosa ci avrebbe risposto, secondo te?»

«è chiaro», rispose: «somministra medicine, cibi e bevande».

«E la cosiddetta arte culinaria a chi e che cosa dà di dovuto e conveniente?»

[D] «I condimenti alle pietanze».

«Bene. E l'arte definibile giustizia che cosa offre, e a chi?»

«Se bisogna essere coerenti con quanto detto prima», rispose, «la giustizia, Socrate, è l'arte di aiutare gli amici e danneggiare i nemici».


«Quindi Simonide definisce la giustizia come il fare del bene agli amici e del male ai nemici?»

«Così mi sembra».


«Ora, riguardo alla salute e alla malattia, chi ha più possibilità di far del bene agli amici e di danneggiare i nemici, se sono malati?»

«Il medico».


«E chi è più in grado di aiutare o danneggiare i naviganti in mezzo ai pericoli del mare?»

«Il timoniere».


«E l'uomo giusto? In quale campo d'azione e in quali circostanze può essere particolarmente utile all'amico e pericoloso per il nemico?

« Direi quando combatte a fianco dell'amico e contro il nemico ».


«Bene. Ma a chi non è ammalato, caro Polemarco, il medico non serve».


«Vero».


«E così il timoniere a chi non naviga».


«Sì ».


«Quindi  l'uomo giusto è inutile a chi non è in guerra?» 

«Questo non mi sembra proprio».


«Allora la giustizia è utile anche in pace?»

«Sì , lo è».


«E così l'agricoltura. O no?»

«Sì ».


«Perché procura i frutti della terra?»

«Sì ».


«E lo stesso vale per l'arte del calzolaio?»

«Sì ».


«Immagino che tu lo dica perché fornisce le scarpe»

«Certo!».


«E allora, in che senso e a vantaggio di chi diresti che la giustizia è utile anche in tempo di pace?»

«Nel campo degli affari, Socrate».


«Per affari tu intendi i rapporti interpersonali o qualcos'altro?» 

«I rapporti interpersonali, certo».


«Ma nel disporre le pedine sulla scacchiera chi è il compagno più utile,  l'uomo giusto o il giocatore esperto?»

«Il giocatore esperto».


«E nel disporre i mattoni e il materiale da costruzione è meglio avere a fianco il giusto o il muratore?»

«Il muratore».


«E  in quale genere di rapporto allora il giusto è un compagno migliore del muratore e del suonatore di cetra, dal momento che quest'ultimo gli è superiore nel suonare le corde?»

 «Nelle questioni di denaro, mi sembra».


«Forse non sempre, Polemaco. Ad esempio non quando c'è bisogno di investire denaro nella compravendita di un cavallo. In tal caso, direi che è meglio un esperto di cavalli. Non sei d'accordo?»

«Pare di sì ».


«E così se si deve acquistare un'imbarcazione non valgono forse di più un costruttore di navi e un timoniere?»

« Così sembra».


«E quando, in un rapporto di affari in cui ci sian di mezzo oro e argento, l'uomo giusto potrebbe valere più degli altri?» 


«Quando si voglia depositare il denaro senza spenderlo, o Socrate».


«Intendi quando non c'è alcun bisogno di esso e si può lasciarlo in deposito?»

«Per l'appunto».


«Allora la giustizia torna utile quando il denaro è inutile?»

«Forse è così ».


«E poi non diresti che quando bisogna custodire una falce la giustizia è utile sia alla comunità sia all'individuo, invece, quando bisogna usarla, serve l'arte del viticultore?»

«Pare di sì ».


«E così dirai che quando bisogna custodire uno scudo e una lira senza farne uso tornerà utile la giustizia, quando invece bisogna adoperarli dobbiamo ricorrere all'esperienza del soldato e del musicista»

«Per forza».


«E così dirai  che anche in tutti gli altri campi la giustizia serve quando una cosa non serve, e non serve quando la medesima cosa serve»


«Forse è così ».


«Quindi, caro amico, questa giustizia non è un gran che se serve solo per le cose inutili. Ma consideriamo la cosa da questo punto di vista: chi è molto abile a colpire in battaglia o nel pugilato o in un'altra forma di lotta, lo è anche nel difendersi, vero?»

«Sicuro».


«E poi non è vero che chi sa difendersi da una malattia è anche molto abile nell'infonderla di nascosto agli altri?»

«Mi sembra di si».


«Ma allora il buon difensore di un accampamento non è anche colui che sa rubare i segreti e i piani d'azione dei nemici?»

«Certamente».


«Di conseguenza, chi è buon custode di qualcosa, ne è anche un buon ladro».


«Così pare».


«Quindi, se l'uomo giusto è bravo a custodire, lo è anche a rubare».


«Questo almeno è il senso del discorso», disse.


«L'uomo giusto si è dunque rivelato, a quanto pare, un ladro, e temo proprio che ciò tu l'abbia imparato da Omero: egli infatti aveva una particolare predilezione per il nonno materno di Odisseo, Autolico, che a detta sua "tra tutti eccelleva in furti e spergiuri".(13) Insomma, sembra che per te, per Omero e anche per Simonide la giustizia sia un'arte del rubare, sia pure a vantaggio degli
amici e a danno dei nemici. Non è questo che volevi dire?»

«No, per Zeus!», rispose. «Ma ormai io stesso non so più che cosa ho detto
Tuttavia rimango del parere che la giustizia consiste nel giovare agli amici e danneggiare i nemici».

«Ma per amici tu intendi coloro che tutti considerano per bene, o coloro che lo sono davvero, magari anche se non lo sembrano? E lo stesso ragionamento vale anche per i nemici?».


«E' naturale», rispose, «amare coloro che si reputano onesti e odiare coloro che si reputano malvagi».


«Ma non è forse vero che gli uomini si sbagliano in proposito, tanto che a loro molti sembrano onesti senza esserlo, e viceversa?»

«Sì , si sbagliano».


«Ma quindi per queste persone i buoni finiscono per diventare i nemici, e i malvagi amici?»

«Pare proprio di sì».


«E pertanto per questa gente sarà giusto far del bene ai malvagi, e invece far del male ai buoni?»

«Così pare».


«Eppure ciononostante i buoni non smettono di essere giusti e alieni da ogni forma di ingiustizia»

«E' vero».


«Quindi, stando al tuo ragionamento, è giusto fare del male a chi non commette alcuna ingiustizia».


«Ma nient'affatto, Socrate!», disse. «Questo ragionamento ha tutto l'aspetto di un discorso fuorviante».


«Allora», ribattei, «è giusto far del male ai cattivi, e far del bene ai buoni?»

«Questo discorso sembra migliore del  precedente».


«Dunque, Polemarco, accadrà che molti, i quali hanno sbagliato nel giudicare gli altri, troveranno giusto danneggiare gli amici, dato che li ritengono malvagi, e corretto invece giovare ai nemici, dato che li ritengono buoni; e così diremo l'esatto contrario di ciò che abbiamo attribuito a Simonide».


«Accade proprio questo», disse. «Ma prendiamo un'altra strada, perché è probabile che non abbiamo definito correttamente l'amico e il nemico».


«Qual era la nostra definizione, Polemarco?»

«L'amico è colui che sembra onesto».


«E ora», domandai, «come la cambieremo?»

«L'amico», rispose, «è colui che non solo sembra onesto, ma lo è davvero; colui che sembra tale senza esserlo dà l'impressione di essere amico, ma non lo è. La stessa definizione valga anche per il nemico».


«Secondo questo ragionamento, a quanto pare, amico sarà l'uomo buono, nemico l'uomo malvagio».


«Sì ».


«Dunque ci inviti a integrare il concetto di giustizia che abbiamo stabilito prima, quando dicevamo che è giusto fare  del bene all'amico e del male al nemico; ora vuoi completarlo in questo modo, dicendo che è giusto fare del bene  all'amico che è effettivamente buono e danneggiare il nemico che è effettivamente malvagio?»

«Precisamente», disse. «Questa mi sembra una buona definizione».


«Ma sarà davvero da uomini giusti il recar offesa a qualcuno, chiunque esso sia ?», domandai.


«Non c'è il minimo dubbio: non si può far altro che punire  i malvagi e distruggere i nemici


«Ma i cavalli, se sono maltrattati, diventano migliori o peggiori?»

«Peggiori».


«Al modo dei cani o dei cavalli?»

«A quello dei cavalli».


«Quindi anche i cani, se sono maltrattati, diventano peggiori in relazione alle prerogative dei cani, non a quelle dei cavalli?»


«Per forza».


«E degli uomini, amico mio, non diremo che se sono maltrattati diventano peggiori proprio nella loro virtù umana?»


«Senz'altro».


«Ma la giustizia non è una virtù umana?»

«Anche questo è innegabile».


«E gli uomini che subiscono maltrattamenti, caro amico, non possono far altro che diventare più ingiusti»

«Pare di sì ».


«È  forse possibile che i musicisti rendano gli uomini insensibili alla musica proprio con la musica?»

«Impossibile».


«E maestri di equitazione con la loro arte possono rendere qualcuno incapace di cavalcare?»

«Non può essere».


«Ed è possibile che i giusti rendano ingiusti gli uomini con la giustizia? O in generale che i buoni rendano malvagi gli uomini con la virtù?»

«Ma è impossibile!».


«Non credo che il calore possa mai far raffreddare, sono anzi convinto dell'esatto contrario».


«Sì ».


«Né che il dare acqua possa mai far seccare qualcosa , al contrario».


«Certo».


«E il giusto non è forse un bene?»

«Senza dubbio».


«E dunque, Polemarco, non può essere una prerogativa del giusto il recar danno, né ad un amico né a chiunque altro; lo sarà semmai del suo contrario, ossia dell'ingiusto».


«Mi sembra che tu dica in tutto e per tutto la verità, Socrate», concordò. [E]


«Non è dunque saggio chi sostiene che la giustizia consiste nel rendere a ciascuno quel che gli spetta, e con ciò intende che l'uomo giusto deve restituire male per male ai nemici, e bene per bene agli amici. Costui  non dice la verità, perché a noi è risultato chiaro che in nessun caso è giusto fare del male a qualcuno».


«Sono d'accordo», disse.

«Pertanto», continuai, «combattiamo uniti, io e te, contro chi sostiene che questa affermazione è stata fatta da Simonide o Biante o Pittaco o qualcun altro degli uomini sapienti e beati».

«Io sono pronto a condividere con te la lotta», disse.

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Ultimo aggiornamento ( luned́ 30 gennaio 2006 )
 
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