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Primo incontro del Semiario Aperto di Pratiche filosofiche di Venezia: Lunedì 17 novembre ore 16.00, auletta seminari di Palazzo Malcanton Marcorà - Dorsoduro 3484/D ARISTOTELE: AMICIZIA E COSMOPOLITISMO con Claudia Baracchi

 

dal 5 al 7 maggio Convegno Internazionale Mistica, pienezza di vita 

 
Lunedì 21 Aprile ore 17:00
Filosofia Africana:

Kwasi Wiredu

incontro con Diletta Mozzato
a cura di Libera Associazione di Idee

Campo Santa Margherita - Venezia

 

NUOVA SEDE!!!   Il Comune di Venenzia ci ha concesso l'uso degli spazi destinati alle associazioni comunali situati  in Campo Saffa Cannaregio 474/F, qui trovi la mappa!

 
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CENTRO CULTURALE CANDIANI

Il GIRAMONDO Laboratori interculturali rivolti ai bambini di 6-10 anni e ai ragazzi di 11-14 anni martedì 9/16/23/30 gennaio, ore 16.00

E LA PIETRA SI FA CIELO Rappresentazione del Tempio del Bayon ad Angkor (Cambogia) del Tempio di Ranakpur in Radjastan (India) interventi di: Alessio Bortot, Andrea Marcolongo, Nicola Sartorato Sabato 13 gennaio, ore 17.00 NEW! Materiali on line INGRESSO LIBERO

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 31 gennaio 2007 )
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Pubblichiamo qui di seguito una breve e sicuramente non esaustiva introduzione alla Philosophy for Children curata da persone aderenti alla nostra associazione che hanno frequentato il corso inerente a tale pratica presso l’Università di Padova e che la stanno applicando.

PHILOSOPHY FOR CHILDREN

INQUADRAMENTO STORICO


Ritengo che il modo migliore per coinvolgere gli allievi in un corso autonomo
 sul pensiero critico sia quello di trasformarlo in un corso di filosofia. 
Non la filosofia accademica della tradizione universitaria,
bensì una filosofia narrativa
 che ponga l’accento sul dialogo, sulla deliberazione
 e sul rafforzamento del giudizio e della comunità.[1]


Il curricolo di Philosophy for Children fa riferimento ad un progetto educativo nato negli USA negli anni settanta a cura di Matthew Lipman e diffuso in diverse nazioni con la formazione di numerosi centri di studio e sperimentazione del programma. Il progetto è caratterizzato da una serie di racconti in forma dialogica in cui i protagonisti, bambini, adolescenti, adulti, dialogano su problemi e temi di natura filosofica quali il valore della vita, il pensiero, il rapporto mente - corpo, la verità, la giustizia, e tanti altri emergenti dalla loro esperienza.


Un esempio di approccio educativo che cerca di favorire il miglioramento del pensiero nelle scuole è la Philosophy for Children (P4C), il cui curricolo si compone di racconti per gli allievi e di manuali per gli insegnanti. I racconti si differenziano a seconda dell’età degli allievi e mirano ad avvicinarli a modalità di porre domande e di discutere che i bambini prima assumono a modello dai personaggi dei racconti e successivamente mettono in atto, interiorizzandole e acquisendole, quando parlano di ciò che hanno appreso.[2]


Per ogni racconto esiste un manuale per l’operatore qui chiamato “facilitatore” in cui vengono presentate proposte metodologiche per l'approfondimento del lavoro educativo con piani di discussione, esercizi, attività stimolo.
Tale progetto, inizialmente pensato solo per bambini, trova attualmente numerose applicazioni in tutte le fasce d’età e viene sviluppato anche con persone in situazione di disagio.

FINALITA
 
Durante tale attività (ogni singolo incontro viene chiamato “sessione”) si intende creare un ambiente in evoluzione dinamica nel quale ciascun partecipante impari ad ascoltare e rispettare gli altri, a portare la propria esperienza, le proprie riflessioni e domande per condividerle in gruppo in un’attività di approfondimento e ricerca dove gli aspetti razionali, gli aspetti creativi e gli aspetti valoriali abbiano pari dignità e importanza.

La comunità non si basa su un concetto di verità assoluta. Per questo motivo l’autocorrezione deve essere sempre parte integrante del processo di ricerca. Se comprende una dimensione caring, il processo di ricerca si occupa di proteggere e mantenere l’equilibrio. E se comprende una dimensione creativa, si preoccupa di ricercare nuove soluzioni e modalità per mantenere tale equilibrio.[3]

La comunità non si basa su un concetto di verità assoluta. Per questo motivo l’autocorrezione deve essere sempre parte integrante del processo di ricerca. Se comprende una dimensione caring, il processo di ricerca si occupa di proteggere e mantenere l’equilibrio. E se comprende una dimensione creativa, si preoccupa di ricercare nuove soluzioni e modalità per mantenere tale equilibrio.Non si tratta quindi di introdurre precocemente la storia della filosofia ma si intende attivare processi considerando il “filosofare” in questo modo:

(…) un'attività riflessiva che usa il linguaggio quotidiano e lo raffina per renderlo capace di dare un senso profondo al mondo e all’uomo.[4]

In sintesi si intende aiutare i beneficiari di questa pratica ad amare le proprie idee e quelle degli altri condividendo un gioco che fa del pensiero un’esperienza aperta, imprevedibile, trasformatrice.
Si intende sviluppare la capacità logico – argomentativa del bambino affinché si abitui a mettere in dubbio le proprie posizioni e a confrontarsi con quelle degli altri per imparare a mettere in atto un giudizi  in merito non solo a questioni di carattere teorico, ma anche  in merito ai valori che reggono la propria e l’altrui esistenza.

Se non viene offerta ai bambini alcuna opportunità di confrontare le ragioni  di cui la gente dispone per discernere ciò che è vero e buono, come ci si può aspettare che sappiano quel che dicono quando si chiede loro di stabilire quali affermazioni sono vere e quali non lo sono oppure quali cose sono buone e quali  no?[5]

OBIETTIVI

Gli obiettivi dichiarati del programma consistono nello sviluppo e nel rinforzo delle abilità di ragionamento, in particolare quelle relative all’area della comprensione, analisi e soluzione di problemi, all’area metacognitive e a quella argomentativa.[6]

Collegati alle finalità e agli obiettivi dichiarati troviamo una serie di obiettivi (che sono a loro volta le modalità che permettono la produzione delle finalità e degli obiettivi più generali) che indichiamo qui di seguito:

  • Creare una “comunità di ricerca” che permetta di  ottenere delle deliberazioni frutto  di uno sforzo comune e non semplice adesione passiva a pensieri precostituiti;

La comunità di ricerca si costituisce intorno a principi e pratiche condivisi per arrivare insieme all’elaborazione di un prodotto  frutto di quello sforzo intellettuale che va dal dubbio alla credenza, di cui ha parlato più volte Dewey.[7]

  • Sviluppo di capacità comunicativo – relazionali (rispettare il proprio turno, argomentare le proprie idee, ribattere, cogliere il punto di vista dell'altro, ascoltare e comprendere i messaggi non verbali).
  • Promuovere un atteggiamento rispettoso e solidale capace al contempo di ascoltare e di proporre, sviluppando così atteggiamenti democratici
  • Incrementare le potenzialità di ogni persona presente nelle aree di sviluppo  prossimale grazie alla partecipazione nella comunità di ricerca (promuovendo quindi anche abilità cognitive quali comparazioni, fare distinzioni e connessioni, formulare domande, dare ragioni, raccontare storie);
  • Sviluppo di un pensiero critico, creativo e caring;
  •  Avviare l'utilizzo di una pratica di pensiero euristica (attraverso la presa in considerazione di posizioni diverse dalla propria) generalizzabile anche alla vita di tutti  i giorni;
  • Permettere una organizzazione e ristrutturazione delle proprie e altrui idee:

La comunità non si basa su un concetto di verità assoluta. Per questo motivo l’autocorrezione deve essere sempre parte integrante del processo di ricerca. Se comprende una dimensione caring, il processo di ricerca si occupa di proteggere e mantenere l’equilibrio. E se comprende una dimensione creativa, si preoccupa di ricercare nuove soluzioni e modalità per mantenere tale equilibrio.[8]

OPERATORI

L’insegnante che accetti di modificare il suo consueto obiettivo di ‘far apprendere una disciplina’, in quella più generale ed a lungo termine di ‘far imparare a pensare’, si renderà immediatamente conto che ciò implica un cambiamento di ruoli nel contesto scolastico (…).[9]

Gli operatori sono caratterizzati come “facilitatori” del dialogo; devono garantire “neutralità sostantiva”[10], direzionalità[11], profondità, fluidità, autoregolazione nonché pari opportunità di espressione, rispetto delle regole e rispetto interpersonale.

La formazione dell’insegnante deve andare dunque in una doppia direzione: da un lato, verso l’affinamento delle metodologie che consentono di creare un ambiente scolastico vicino alla comunità di ricerca; dall’altro, verso lo sviluppo delle capacità che gli consentono non solo di instaurare in classe discussioni fini a se stesse, ma discussioni organizzate, cumulative e contestualizzate nell’ambito di indagine filosofico, nonché funzionali allo sviluppo del pensare in termini di autonomia, criticità, creatività e soprattutto, metacognizione.[12]

 

METODOLOGIE

La metodologia della Philosophy for Children è basata sul modello di una comunità di ricerca. Una sessione[13] dura generalmente 40-50 minuti, a seconda dell’età dei fruitori, ed è composta da un’attività introduttiva (attività grafiche, di conoscenza, di cooperazione, di espressività corporea, etc.) tesa specialmente a creare il “gruppo” e a mettere a proprio agio i fruitori, da uno “stimolo”, solitamente costituito dalla lettura di un racconto del curricolo (o dalla sua drammatizzazione), ma anche dall’osservazione di un’opera d’arte (dipinto, poesia, musica), dalla visione di un film, da un gioco, etc.[14]
Dopo lo stimolo si chiederà agli alunni di formulare domande relative ai problemi o alle suggestioni che sono emerse; è importante non discriminare le domande ma accoglierle tutte allo stesso modo, registrandole sull’”agenda” (utilizzando una lavagna di fogli mobili visibile da tutti) ed indicando accanto a ciascuna il nome della persona che le ha formulate.
Una volta registrate e raccolte le domande che costituiscono il progetto operativo per la sessione, cioè gli interrogativi che stimolano ed attivano la ricerca, si passerà ad analizzarle allo scopo di individuare uno o più temi o filoni di indagine e di chiarire gli interessi euristici e cognitivi del gruppo in una determinata fase del suo processo di crescita e di lavoro. A questo punto le domande vengono analizzate e riformulate con la partecipazione ed il contributo di tutti i componenti del gruppo, qui non è più necessario indicare i nomi dei diversi soggetti, ma piuttosto è importante sottolineare come il “piano di discussione” che si viene a formare sia il prodotto di una attività di pensiero e di ricerca condivisa. 
Individuato il piano di discussione condiviso dalla Comunità di Ricerca si passerà alla discussione in merito. La discussione può essere inframmezzata da esercizi proposti dal facilitatore per aiutare a chiarire alcuni concetti o per dare uno stimolo ulteriore.
Al termine della discussione, che non deve mai essere troppo lunga né avere la pretesa di trovare una soluzione o una risposta, vi sarà un’attività conclusiva di valutazione in base a diversi parametri (come ci si è sentiti all’interno della comunità, l’interesse per gli argomenti trattati e il loro grado di approfondimento, etc.), scelti di volta in volta dal facilitatore.

ALTRO

Da un punto di vista scolastico le competenze acquisite da parte dei fruitori andranno ad influenzare tutte le altre  discipline poiché un percorso filosofico apporta  proficui contributi in quanto a competenze linguistiche, logico-matematiche, storico-socio-geografiche, musicali, artistiche. La Philosophy for Children tuttavia non mira solo ad un incremento di capacità dal punto di vista scolastico ma, specialmente, dal punto di vista esistenziale e sociale. Non bisogna quindi solo portare attenzione agli obiettivi raggiunti ma anche al benessere e ai benefici autobiografici che possono nascere da questa pratica.

La Philosophy for Children non è un programma per le abilità di pensiero in senso stretto: il curricolo, pur avendo come scopo esplicito lo sviluppo ed il potenziamento del pensare in senso globale, non fa mai coincidere tale sviluppo con l’acquisizione di mere abilità. (…). Le abilità di pensiero sono essenzialmente dei mezzi per realizzare processi cognitivi complessi che consentono all’individuo di raggiungere nella vita obiettivi di altra natura, (…).[15]

Nella scuola elementare la filosofia si offre come luogo di discussione che consente ai bambini di riflettere sui loro valori e sulle loro azioni. Grazie a queste riflessioni i bambini possono iniziare a trovare per rifiutare quei lavori che non soddisfano i loro parametri e modi per preservare quelli che, invece, lo fanno. La filosofia si offre come discussione pubblica in cui i valori possono diventare oggetto di critica. Questo è forse uno dei principali motivi per cui la filosofia è stata finora esclusa dalle classi della scuola elementare, ma anche per cui ora debba esservi, finalmente, inclusa.

(…). I nostri allievi devono saper discutere e riconoscere le differenze di contesto, così come devono sapersi chiedere in quali casi la lealtà si trasforma in cieco fanatismo o in quali casi la moderazione è solamente un marchio di indifferenza. E’ difficile pensare di poter rafforzare la capacità di giudizio dei bambini senza incoraggiarli a esaminare accuratamente i valori su cui il giudizio deve basarsi.[16]




 

[1] M. Lipman, Educare al pensiero, Milano 2005,  p. 250.

[2] Ivi, p. 173.

[3] Ivi, p. 217.

[4] M. Santi, “Philosophy for Children: un curricolo, un movimento, un percorso educativo possibile”, in M. Santi (a cura di), Philosophy for Children: un curricolo per imparare a pensare, Napoli 2005, pp. 7-27, pp. 8-9.

[5] M. Lipman, Educare al pensiero, Milano, 2005, p. 315.

[6] M.Santi, Ragionare con il discorso: il pensiero argomentativo nelle discussioni in classe, Firenze 1995, p. 110.

[7] M. Santi, “Philosophy for Children: un curricolo, un movimento, un percorso educativo possibile”, in M. Santi (a cura di), Philosophy for Children: un curricolo per imparare a pensare, Napoli 2005, pp. 7-27, p. 12.

[8] M. Lipman, Educare al pensiero, Napoli 2005, p. 217.

[9] M.Santi, Ragionare con il discorso: il pensiero argomentativo nelle discussioni in classe, Firenze 1995,  p. 95.

[10]  “La neutralità “contenutistica” implica che non si debba favorire o privilegiare un’ipotesi a scapito di altre riguardo a certe questioni filosofiche sostanziali, come ad esempio l’esistenza di Dio o la natura della libertà e della giustizia. Ciò non significa che l’insegnante non debba avere un’opinione a riguardo, ma piuttosto che non deve esprimerla direttamente nella discussione se la situazione non lo richieda esplicitamente. Il rischio è infatti quello di inibire negli allievi la ricerca successiva; inibizione frutto di una sorta di effetto alone generato dal pregiudizio diffuso sul minor valore e fondatezza delle opinioni degli studenti rispetto a quelle degli insegnanti. Il ruolo di modello che gioca il docente in classe, degenera così in forme più o meno dirette di indottrinamento e comunque diventa un deterrente, anziché uno stimolo per l’indagine.”Ivi,  pp. 96-97.

[11] Parlando di una comunità di ricerca in generale, Marina Santi spiega in questo modo la direzionalità: “ (…) va notato che una ‘comunità di ricerca’ ha sempre una meta, sebbene il suo percorso sia aperto. Esso è di fatto ‘orientata a’, procede in vista di un prodotto, che non necessariamente è un risultato concreto, ma può consistere in una qualche decisione, in un giudizio anche parziale e provvisorio.”, Ivi,  p. 90.

[12] Ivi, p. 100.

[13] Cfr. Ivi, pp.137- 153 per una descrizione dettagliata.

[14] “Le lezioni possono cominciare con  una poesia, l’osservazione di un dipinto, una dimostrazione scientifica…qualsiasi cosa induca i bambini a pensare.”,  M. Striano, “La filosofia come educazione del pensiero: una conversazione pedagogica con Matthew Lipman”, in Scuola e città, numero 1 gennaio 2000, pp. 38- 40, p. 39.

[15]M. Santi, Ragionare con il discorso: il pensiero argomentativo nelle discussioni in classe, Firenze 1995 , p. 120.

[16] M. Lipman, Educare al pensiero, Napoli 2005, pp. 301-302.

Ultimo aggiornamento ( giovedì 14 dicembre 2006 )
 
LOTUS PDF Print E-mail

Libero Ovunque TU Sia

Progetto di filosofia e arti del corpo realizzato da Libera Associazione di Idee presso la Casa Circondariale Santa Maria Maggiore di Venezia. Il corso, che si avvia ormai alla terza edizione, si avvale della collaborazione della prof.ssa Elisabetta Battistel, istruttrice del Centro Ricerche Tai Chi Italia. In questi anni il progetto Lotus si è ulterioremente ampliato con la creazione di altri laboratori esterni rivolti a persone agli arresti domicialiri per conto dell'UEPE di Mestre e Treviso. Inoltre prossimamente verrà attivato il primo corso in Italia pensato per gli Agenti di Polizia Penitenziaria.

Grazie alla collaborazione e alle donazioni di libri da parte dell'Associazione Inutile stiamo lavorando un programma di invito alla lettura che portarà anche all'ampliamento del patrimonio della biblioteca del carcere.

Dal GAZZETTINO DI VENEZIA Sabato 2 dicembre 2006  pag. 1

A SANTA MARIA MAGGIORE

I detenuti studiano filosofia e meditazione per vivere meglio il carcere e reintegrarsi

In carcere a scuola di filosofia e meditazione, per essere "Libero ovunque tu sia", come recita il titolo di un testo del monaco buddista vietnamita Thich Nhat Hanh. L'insolito corso è stato avviato all'interno della casa circondariale di Santa Maria Maggiore, a Venezia, e ha subito riscosso un inaspettato successo. Una quindicina di detenuti hanno chiesto di poterlo frequentare, costringendo gli organizzatori ad effettuare una selezione: i posti disponibili, infatti, sono soltanto dieci.
L'iniziativa, proposta dall'avvocato Monica Gazzola, delegata dell'ordine degli Avvocati di Venezia per le problematiche del carcere, è stata organizzata materialmente dalla Libera Associazione di Idee, un gruppo che raccoglie laureandi e laureati in filosofia, grazie alla collaborazione di Urban Italia, della Cooperativa Coges e della direttrice del carcere, Gabriella Straffi.
L'idea è nata da un'esperienza effettuata nel carcere indiano di Tihar, a Nuova Delhi, dove un programma di incontri di filosofia e meditazione ha portato a risultati notevoli sia sotto il profilo del dialogo interculturale, che in relazione ai tassi di recidiva ridotti drasticamente, dall'80 al 15 per cento.
Una volta alla settimana, per un anno, laureati e laureandi del Dipartimento di Filosofia dell'Università Cà Foscari di Venezia affronteranno vari temi assieme a detenuti: dall'emozionalità alla gestione della rabbia, dalla cura di sé e degli altri alla comunicazione, insegnando tecniche di respirazione, meditazione e rilassamento, per riuscire a "fare silenzio" dentro e fuori di sé, anche quando si ritorna nella cella sovraffollata. Gli insegnanti sono Arianna Sperandio, Grace Spinazzi, Elisabetta Favaretto e l'insegnante di yoga Andrea Serena

Intervista apparsa su Gente Venena del 9 Giugno 2007 

Foto del nostro incontro con i volontari dell'Associazione Una Via e il prof. Pier Cesare Bori

Ecco la nostra intevista apparsa du Gente Venenta del 9 giugno 2007 

SANTA MARIA MAGGIORE

Con tre giovani la filosofia entra in carcere
"Libero Ovunque tu sia ". E' questo il nome del progetto attraverso il quale quattro ragazzi portano yoga e filosofia in carcere. Il progetto nasce all'interno di Libera Associazione di Idee, il cui fine è riportare la filosofia alla prassi e all'esperienza quotidiana.

«La nostra associazione comprende docenti, laureati e laureandi che si occupano di organizzare eventi culturali filosofici», spiega Elisabetta Favaretto, 27 anni, presidentessa: «Un gruppo dell’associazione si è occupato di portare la filosofia nel sociale. Da qui è partita l’idea di leggere Aristotele e Platone ai detenuti del carcere di Santa Maria Maggiore. Abbiamo aderito a un bando regionale ispirandoci anche alle esperienze analoghe nelle carceri di Bologna e di Napoli, con cui si è avuto un confronto continuo». L’attività consiste in una lezione settimanale della durata di due ore. La prima ora del corso è destinata allo yoga e la seconda alla filosofia. «Il nostro è un corso davvero innovativo in tale ambiente, ma il buon esito di questa esperienza, che prosegue da ottobre 2006, ci spinge ore ora a cercare di portare il progetto in altre carceri. Durante le ore di filosofia si affrontano diverse letture, dalla filosofia occidentale a quella orientale, dagli autori antichi a quelli più moderni. Molti sono i temi che affrontiamo: la rabbia, la libertà...: dopo la lettura è il momento della condivisione e del dibattito». «All’inizio non è stato semplice coinvolgere tutti, ma col tempo è emersa l’esigenza da parte di tutti di condividere le proprie idee e la propria esperienza», afferma Arianna Sperandio, 25 anni, vice presidente dell’associazione. «E’ certo che il nostro lavoro all’interno del carcere ci ha portato a sfatare tanti pregiudizi molto diffusi. La violenza e la brutalità sono spesso infondati stereotipi. Affiorano invece esperienze di vita molto forti, accompagnate da una grande sensibilità. Cerchiamo sempre di valorizzare il trascorso e la storia di ogni detenuto. Spesso, a sostenere da un punto di vista psicologico i detenuti, vi sono figure di peso istituzionale, come preti o psicologi, che si pongono su un piano più autorevole. Noi invece portiamo la comunicazione a piani non gerarchici, sforzandoci di essere semplici interlocutori, senza avere la pretesa di risolvere i loro problemi. I partecipanti al corso sono di diverse provenienze e nazionalità, per questo spesso scegliamo canali di comunicazione non verbale». «Un altro dei pregiudizi che abbiamo dovuto affrontare entrando in carcere è stato la paura del contatto tra di noi, tre ragazze, e l’utenza esclusivamente maschile. Ma presto abbiamo lasciato da parte i nostri timori, abbiamo capito che la violenza di genere è alimentata dalla diffidenza e dal senso di inadeguatezza. Nei nostri confronti si è sempre manifestato il massimo rispetto» racconta Grace Spinazzi, 29 anni, come le sue amiche laureata in filosofia a Cà Foscari: « Durante le sedute emerge un forte senso di ingiustizia verso la realtà del carcere. Spesso si tratta di persone che vivono nella povertà e nell’emarginazione, e che non trovano soluzione all’esperienza della detenzione. Anzi, il più delle volte il carcere è una “scuola di crimine”: una volta usciti i detenuti si ritrovano nella strada, sempre più a contatto con il mondo della droga, e senza più nulla da perdere». Anche il lavoro di yoga ha successo. I detenuti vivono infatti in ambienti molto stretti, e i dolci movimenti dello yoga portano grande beneficio al corpo. «Attraverso il corpo, inoltre, si può sviluppare una maggiore consapevolezza di sè e della propria emotività», spiega Andrea Serena, 35 anni, che collabora al progetto come insegnate di yoga: «Inoltre, attraverso il controllo del respiro, si apre e si rilassa la mente».

Silvia Tessari

Gente Veneta n.23, 9 giugno 2007

Ultimo aggiornamento ( domenica 02 novembre 2008 )
 
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